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28/03/2019

Vitamina D e salute muscolo-scheletrica


(Dal portale FNOMCeO)

Con piacere, pubblichiamo sul portale FNOMCeO l’articolo “Vitamina D e salute muscolo-scheletrica” a cura del Prof. Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCSS, e della Dott.ssa Rita Banzi, Responsabile Centro Politiche Regolatorie del Farmaco del medesimo istituto di ricerca sito in Milano.

L’uso di integratori di vitamina D per migliorare la salute muscolo-scheletrica appare adeguato solo nella prevenzione o il trattamento di rare condizioni osteoporosi documentata, rachitismo e osteomalacia, che possono verificarsi dopo una prolungata carenza di vitamina D. Tale intervento non risulta avere effetti benefici clinicamente significativi su fratture, cadute o aumento della densità ossea nei soggetti sani, anche se anziani, che vivono in comunità.

 Negli ultimi decenni la produzione di letteratura scientifica sull’utilizzo della vitamina D per la prevenzione e il trattamento di molteplici condizioni cliniche è aumentata esponenzialmente, sulla base di osservazioni epidemiologiche e di fisiopatologia. Da un iniziale grande entusiasmo in relazione ai potenziali benefici di questo trattamento appare ormai chiaro che, allo stato attuale delle conoscenze, l’utilizzo appropriato della vitamina D è limitato a poche e specifiche condizioni. Nonostante ciò, l’uso di vitamina D e analoghi, in particolare colecalciferolo (vitamina D3) è in costante aumento in Italia, soprattutto negli anziani e nelle donne. L’aumento delle prescrizioni ha ovviamente fatto incrementare significativamente la spesa a carico del Servizio sanitario nazionale che, nel 2017, ha superato, solo per questi prodotti, i 260 milioni di euro. (1)

 Numerosi studi e meta-analisi hanno valutato l’effetto della integrazione di vitamina D (almeno 800 UI/die) in associazione al calcio (almeno 1.200 mg/die) sulla salute muscolo-scheletrica (2-4). L’efficacia della somministrazione di vitamina D e calcio risulta di dubbia rilevanza clinica, come riportato in una revisione sistematica Cochrane pubblicata nel 2014, che ha riassunto i dati provenienti da 53 studi clinici randomizzati su oltre 90.000 donne in post-menopausa o uomini anziani (2). Trattando 1000 soggetti a basso rischio, come gli anziani che vivono in comunità, si eviterà soltanto una delle 8 fratture d’anca attese mentre  999 soggetti sarebbero trattati inutilmente. 992 dei quali, tra l’altro, per non avere neppure l’evento. Anche in una popolazione a più alto rischio, come gli anziani istituzionalizzati per i quali si stima un rischio di 54 fratture su 1000 pazienti per anno, la supplementazione risparmierebbe nove fratture su 1000 trattati. Va detto che, a fronte di questo esiguo beneficio, sono stati identificati effetti collaterali, poco frequenti ma importanti, legati alla somministrazione di calcio. D’altronde, la stessa revisione riporta che la vitamina D da sola non avrebbe alcun effetto sulle fratture. Questi risultati sono stati riconfermati da un recente aggiornamento che ha raccolto 81 studi randomizzati controllati (5). L’integrazione con vitamina D non ha avuto effetto sulle fratture totali (36 studi; n = 44.790; rischio relativo 1,00, intervallo di confidenza 95%, 0,93-1,07) o cadute (37 studi; n = 34.144; rischio relativo 0,97; intervallo di confidenza 95%, 0,93-1,02). La maggior parte degli studi ha valutato l’effetto della vitamina D come monoterapia, a dosi di oltre 800 UI/die in popolazioni non selezionate di donne con più di 65 anni che vivono in comunità. Più della metà degli studi è stata condotta su popolazioni con valori basali medi di 25-idrossicolecalciferolo inferiori a 50 nmol/L e solo quattro studi sono stati effettuati in popolazioni con valori basali medi di 25 nmol/L.

 Applicando una tecnica statistica detta trial sequential analysis ai risultati di questa revisione, è stato possibile stabilire che i dati raccolti sono sufficienti a confermare che la vitamina D non diminuisce il rischio di fratture e cadute nemmeno del 5% in termini relativi. In altre parole, è ragionevole pensare che nuovi studi clinici condotti in futuro sullo stesso quesito non potrebbero cambiare la sostanza di questi risultati.

 L’uso razionale di integratori di vitamina D è inoltre reso difficile dall’estrema eterogeneità delle definizioni di stato carenziale emesse dalle diverse società scientifiche internazionali (6, 7). Livelli di 25-idrossicolecalciferolo tra i 10 e 30 ng/mL sono normalmente indice di insufficienza, anche se recentemente tali soglie sono state riviste, definendo “valori ridotti di vitamina D” quelli al di sotto di 20 ng/mL (8). Una buona parte dei soggetti attualmente dichiarati “carenti di vitamina D” cadono proprio tra i 20 – 30 ng/mL, contribuendo così alla presunta epidemia di ipovitaminosi e, conseguentemente, all’incongrua prescrizione dei supplementi. E’ importante ribadire che un’adeguata esposizione al sole e attività fisica sono essenziali per mantenere livelli adeguati di vitamina D.

 Queste recenti analisi dovrebbero essere rapidamente integrate nelle linee guida nazionali e internazionali al fine di migliorare l’appropriatezza prescrittiva dei preparati a base di vitamina D.

 

 Dr.ssa Rita Banzi, Responsabile Centro Politiche Regolatorie del Farmaco (rita.banzi@marionegri.it)

 Prof. Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCSS, Milano


Fonte: https://portale.fnomceo.it/vitamina-d-e-salute-muscolo-scheletrica/